Fino a una decina di anni fa avrei trovato piuttosto aberrante l’idea di un istituto forense. Provenendo dall’attivismo di sinistra e occupandomi di pratica spaziale critica, mi sentivo istintivamente orientato a schierarmi contro l’autorità delle verità stabilite. L’arte forense applica delle competenze all’interno di contesti normativi e legali, e puzza di autorità istituzionale. Del resto, essa è una delle arti fondamentali per lo Stato, prerogativa dei suoi organi di rappresentanza: la polizia, i servizi segreti, le forze militari. Oggi, forse in modo controintuitivo, mi trovo a dirigere Forensic Architecture, un gruppo di architetti, registi, programmatori e giornalisti che operano come un’agenzia investigativa e presentano pubblicamente prove ed evidenze in diversi spazi di discussione – dai media ai tribunali, dalle commissioni d’inchiesta agli spazi culturali.
Questo nuovo orientamento della mia pratica di pensiero è una risposta ai cambiamenti che hanno investito la trama del nostro presente e la natura dei conflitti contemporanei. Il contesto in continua evoluzione dei media e dell’informazione consente agli stati autoritari di manipolare e distorcere i fatti che riguardano i loro crimini; ma allo stesso tempo fornisce nuovi strumenti con cui i gruppi della società civile possono rovesciare lo sguardo forense e monitorare l’attività degli stati. Questo è ciò che chiamiamo counter-forensics .
Non esiste ancora un termine adatto per definire le nuove forze reazionarie – una combinazione di razzismo digitale, ultranazionalismo, vittimismo e cospirazionismo – che hanno preso piede nel mondo e si sono manifestate in nazioni quali Russia, Polonia, Ungheria, Regno Unito, Italia, Brasile, Stati Uniti e Israele (dove ne ho avuto esperienza diretta). L’elemento distintivo di queste forze è l’oscuramento, l’annebbiamento, la manipolazione e la distorsione dei fatti. Qualsiasi sia la forma di rifiuto della realtà espressa dalla “post-verità”, essa non riguarda soltanto la menzogna. In politica mentire è a volte necessario. L’inganno, del resto, è sempre stato uno degli strumenti dell’arte di governare e probabilmente era più in uso in passato di quanto non lo sia oggi . Forse, allora, il carattere che definisce la nostra epoca potrebbe essere non tanto la ripetuta diffusione di falsità, ma piuttosto l’attacco costante alle autorità istituzionali che supportano i fatti: gli esperti del governo, le università, i laboratori scientifici, i portavoce mediatici delle tendenze dominanti, il sistema giudiziario.
In realtà anche la pratica counter-forensics si occupa di mettere in dubbio l’autorità delle istituzioni dello Stato: cerchiamo di svelare gli insabbiamenti della polizia e dell’esercito, le menzogne del governo e quei casi in cui il sistema legale è stato schierato contro le vittime dello Stato. Dobbiamo quindi distinguere le nostre strategie da quelle utilizzate dalle forze politiche sopracitate.

Fig. 1 – Forensic Architecture, The Murder of Pavlos Fyssas, 2018.
Epistemologia oscura
Sebbene quello della “post-verità” sia un fenomeno apparentemente nuovo, chi, come noi, lavora per svelare i crimini dello Stato ai margini dei conflitti contemporanei lo vive invece come una condizione costante. Essendo un insieme di operazioni, questa forma di negazione aggrava i ruoli tradizionali della propaganda e della censura. È propaganda perché riguarda le dichiarazioni rilasciate dagli stati per influenzare i pensieri e la condotta dell’opinione pubblica. Non è però una forma di propaganda tradizionale, inserita nel contesto di un conflitto tra blocchi e ideologie: non ha lo scopo di persuadere o di affermare qualcosa, né di promuovere i supposti meriti di un sistema rispetto ad un altro – uguaglianza contro libertà, Est contro Ovest. Serve piuttosto a rendere la percezione sfocata, così che nessuno sappia più distinguere il reale dall’irreale . L’obiettivo è di creare un vuoto – dovuto al fatto che le persone non sanno più cosa pensare, come accertare i fatti o quando aver fiducia in essi – affinché chi detiene il potere possa colmarlo a suo piacimento.
La “post-verità” agisce anche come una nuova forma di censura perché blocca la capacità di valutare e discutere i fatti. Di fronte alle crescenti difficoltà dei governi nel censurare e nel sopprimere il discorso politico, la “post-verità” aggiunge piuttosto che sottrarre, aumentando il livello di rumore e seguendo una precisa strategia volta a sviare l’attenzione.
Una delle sue origini risale alle grandi aziende manifatturiere del tabacco. Quando negli anni ’70 emersero diverse prove scientifiche a sostegno degli effetti cancerogeni del tabacco, i produttori iniziarono a creare una “cortina di fumo” fatta di dubbio e confusione. Gruppi di ricerca finanziati dall’industria iniziarono a pubblicare una quantità vertiginosa di studi e perizie in modo generalizzato, con lo scopo di screditare il lavoro scientifico e mobilitare una narrativa del sospetto, senza però offrire una narrazione alternativa coerente .
Il negazionismo della “post-verità” non offre un argomento epistemologico sui fatti e su come questi vadano verificati, ma cerca d’instillare il dubbio rispetto alla possibilità stessa che ci sia un modo affidabile per farlo. Secondo l’opinione di diversi commentatori, si tratta di una epistemologia oscura che tenta di nascondere invece che svelare le informazioni .
La strategia dell’epistemologia oscura può sembrare una novità nel panorama politico. In realtà è molto simile alla tendenza dei fascisti a negare sia i fatti storici dei genocidi che le persecuzioni che perpetrano nel loro presente (aspetti solitamente connessi). L’arci-negazionista Robert Faurisson rifiutava i resoconti sull’Olocausto trovando inconsistenze minori nei documenti storici – una caratteristica, questa, comune a tutti i materiali d’archivio – e amplificandole per creare quello che sperava sarebbe diventato un dubbio generalizzato che investiva tutto quanto era accaduto. Il filosofo Jean-François Lyotard descrive questo tipo di negazione come un terremoto così forte da essere in grado di distruggere non solo l’ambiente – la terra, gli edifici o le strade – ma anche gli strumenti progettati per registrarne l'esistenza e la magnitudo . I regimi autoritari e totalitari hanno un’intrinseca paura dei fatti perché cercano di imbrigliare una realtà disordinata in strutture percettive semplificate.
La negazione è un tipo particolare di artificio retorico: non si configura semplicemente come un intervento nel campo della rappresentazione politica, ma è legata alle stesse violazioni che cerca di mascherare – così come l’incitamento all’odio è un atto di violenza in sé stesso ed è la precondizione affinché esso continui. Se non è successo nulla, o se certi crimini non vengono giudicati come tali, la violenza può continuare ad essere.
L’arte politica dell’epistemologia oscura si è sempre manifestata ai confini dei conflitti contemporanei. In Israele la negazione recentemente istituzionalizzata del Nakba (l’espulsione dei palestinesi dalle aree controllate dagli israeliani a partire dal 1948 e tuttora in corso) è alla base del mancato riconoscimento della violenza di Stato e delle violazioni dei diritti umani che avvengono ancora oggi in Palestina.
L’epistemologia oscura ha anche radici militari: è in questo ambiente che ha sviluppato le sue “teorie operative”. I militari occidentali preferiscono utilizzare termini quali “operazioni psicologiche” (psyops) o “strategie cognitive” per descrivere le campagne con cui vengono diffuse informazioni ingannevoli e contraddittorie al fine di influenzare la comprensione della realtà, le emozioni, le motivazioni e i comportamenti delle persone. Utilizzando il termine dezinformatsiya (“gestione della percezione”), la Russia e i suoi sostenitori hanno impiegato le informazioni provenienti dal campo di battaglia come vere e proprie armi, inventando una realtà paranoica, cospirazionista e allucinatoria per spostare l’attenzione pubblica dalle proprie azioni in Siria e Ucraina. In questo contesto la violenza di Stato colpisce due obiettivi: le persone e le cose, e la prova che la violenza abbia realmente avuto luogo. La gestione della percezione nell’epoca dei media personali e di internet è diventata un’enorme industria che impiega troll farm ed eserciti di bot. James Harkin, del Centre for Investigative Journalism, ci ha giustamente avvertito che “la prossima guerra mondiale potrebbe iniziare con un'immagine sgranata, controversa e pubblicata online da un qualche avamposto distante e inaccessibile” .
I cittadini dei paesi occidentali si sono accorti dell’epistemologia oscura dopo che queste tecniche da campo di battaglia utilizzate per la gestione dei conflitti si sono arenate come una carcassa sulle rive della politica occidentale tradizionale. Pertanto, ciò di cui ogni attivista per i diritti umani era a conoscenza da molti anni è diventato visibile e viene additato come il nuovo fenomeno della “post-verità”.
C’è chi sostiene che gli odierni attacchi contro la verità ricordino le politiche liberali o libertarie per i diritti delle minoranze, o la filosofia di sinistra del post-strutturalismo, secondo cui le verità riconosciute, la scienza, i valori dell’Illuminismo e il senso comune sono il prodotto di relazioni di potere e strumenti di dominio. In effetti, alcuni promotori dell’epistemologia oscura hanno fatto incidentalmente riferimento agli eroi culturali del post-strutturalismo, portando di tanto in tanto alcune persone ad incolparlo per questo male dei nostri giorni . Per resistere all’epistemologia oscura, tuttavia, credo si debba fare qualcosa di più astuto che dirigere la nostra rabbia verso la decostruzione o tornare all’ultima spiaggia del vecchio positivismo – con i suoi tradizionali guardiani del potere/conoscenza.
Al contrario, l’approccio critico è essenziale per i due obiettivi più importanti della pratica counter-forensics: decostruire le false dichiarazioni ufficiali e ricostruire, almeno in parte, la verità di ciò che è accaduto. La cultura del sospetto del post-strutturalismo è fondamentale per far emergere i vuoti, le inconsistenze, i pregiudizi, le tracce della manipolazione e le interpretazioni scorrette presenti nelle dichiarazioni di coloro che detengono il potere o in quelle situazioni che saremmo portati, per abitudine, a vedere come fatti. L’approccio critico è indispensabile per capire le circostanze e i modi con cui le dichiarazioni ufficiali sono costruite e per trovare eventuali incongruenze e lacune. Ma questo tipo di approccio può anche avere una funzione costruttiva. Quando capiamo come i fatti sono stati prodotti, dove risiedono le loro debolezze e quali sono i limiti di ciò che può essere detto, possiamo costruirli e difenderli meglio.

Fig. 02 – Forensic Architecture, The Enforced Disappearance of the Ayotzinapa Students, 2017.
In un contesto contemporaneo che vede l’emergere di insurrezioni nazionaliste e razziste, gli attacchi che vengono mossi alle istituzioni e alle competenze tradizionali non ci hanno mai permesso di acquisire le basi per la produzione di una conoscenza contro-egemonica.
Invece di rigettare le istanze che oggi mettono in discussione l’autorità e le competenze delle istituzioni, la stagione della “post-verità” può dare origine a pratiche alternative della verità in grado di mettere in dubbio sia l’epistemologia oscura del presente che le nozioni tradizionali di produzione della verità.
Potrebbe essere necessario impiegare la parola “verità” in modo diverso. Invece della concezione di verità intesa come una prospettiva singola, a priori e derivante dal latino veritas – che connota l’autorità di un esperto in una disciplina specifica – un termine più adatto al nostro lavoro è “verifica”. Questa parola si riferisce alla verità non come sostantivo o come essenza, ma come una pratica contingente, collettiva e multiprospettica.
Il termine “verifica” potrebbe essere associato a un’autorità scientifica, dato che ha origine nel campo della teoria della scienza. Esso attribuisce all’osservazione empirica il compito di confermare o falsificare una proposizione astratta, sia essa un modello matematico, una teoria scientifica o una congettura filosofica. Nel campo del giornalismo la verifica conferma o smentisce le dichiarazioni del governo, dei politici, dei portavoce aziendali e simili. Ma l’uso di questo termine potrebbe anche essere allargato a nuovi tipi di materiale – open source e creato da attivisti – e utilizzato in diversi processi metodologici per allargare o socializzare la produzione di prove, integrare la sensibilità scientifica con quella estetica e per lavorare con diversi tipi di istituzioni, riunendo forme di conoscenza apparentemente incompatibili.
La trama del nostro presente è definita da una marea di dati online pieni di informazioni grezze, ma anche di disinformazione, rumore, pregiudizi e distorsioni. Le indagini open source pescano in questo mare. I loro metodi consistono nella raccolta e nell’analisi di materiali trovati in rete o provenienti da altre fonti pubbliche, e possono talvolta includere contenuti che sono stati ottenuti attraverso una fuga di notizie o una richiesta di accesso agli atti amministrativi. Si basano grossomodo sulla cultura del codice open source, in cui il lavoro viene svolto in internet in modo diffuso e a cui contribuisce una rete di professionisti con mentalità e interessi affini.
La politica della CIA sulle deportazioni clandestine, ad esempio, è stata rivelata da ricercatori che lavorano in modalità open source e che hanno saputo collegare informazioni apparentemente banali – traiettorie di jet privati, ricevute e indirizzi della Lettonia, della Romania e del Gibuti . Allo stesso modo la presenza di militari russi sotto copertura in Ucraina è stata portata alla luce da cittadini locali o lontani fra loro che insieme hanno investigato filmando, raccogliendo indizi, collaborando, geolocalizzando, svolgendo controlli incrociati sui materiali e permettendo così di unire i punti e confermare la presenza della Russia sul territorio .
La prima fase del processo di indagine open source è determinare l’autenticità e la provenienza dei documenti in questione. Mentre la verifica si riferisce ad un evento, l’autenticazione interessa una prova singola – ad esempio un video o un file audio – e cerca di stabilire se sia stata manomessa. Ciò è essenziale in un’epoca di deepfake, dove le tecnologie per la manipolazione delle immagini sorpassano quelle del rilevamento. L’autenticazione è sia verticale che orizzontale: la dimensione verticale riguarda l’indagine profonda del file in questione: la composizione di pixel compressi potrebbe ad esempio provarne la manomissione . L’autenticazione orizzontale stabilisce invece le relazioni laterali tra fonti probatorie sparse. Quando avviene un incidente, persone diverse girano video da posizioni differenti e ciascun video offre una prospettiva e un focus specifico sull’evento. Ad un primo sguardo non tutti i video reperiti sono importanti o rilevanti, ma tutti possono contenere informazioni o fornire dei collegamenti importanti, funzionando da connettori o da riferimenti temporali per altri video.
Comporre pazientemente prospettive diverse, locali e dal territorio, permette di indagare i fatti da punti di vista differenti. La maggior parte degli utenti puntano la loro fotocamera verso l’incidente avvenuto o in direzione delle vittime, ma alcuni cercano i responsabili, inquadrando insegne e stemmi, armi, veicoli o aerei . Più prospettive ci sono, più relazioni tra attori, perpetratori, vittime e astanti sulla scena possiamo stabilire. Quando colleghiamo tra loro dei video diversi riduciamo anche il rischio che uno di questi possa essere falso . Un video autentico può essere facilmente messo in relazione con gli altri, mentre uno finto rimarrà un’anomalia.



Fig. 03 – Forensic Architecture, The Killing Of Rouzan Al-najjar, 2019
Forensic Architecture usa modelli 3D come ambienti digitali dinamici per localizzare fotocamere e altri dispositivi. Dato che la maggior parte dei video e delle immagini trovate online non hanno i metadati, è necessario geolocalizzarle all’interno di quelli che chiamiamo “modelli operativi” . Questi modelli consentono di determinare l’ora in cui è stata scattata un’immagine simulando le ombre e confrontandole con quelle presenti sulle immagini, o mappando il movimento delle nuvole.
In questi modelli il cono della fotocamera viene rovesciato: le immagini e i video sono proiettati verso l’esterno finché i loro elementi non combaciano con i dettagli del modello. Una volta ottenuta la calibrazione dell’immagine o del video all’interno del modello, si possono trovare con più precisione corrispondenze con altre fonti. Maggiore è il numero di video o immagini riunite, più completa è la nostra visione dell’evento. Il modello operativo consente quindi agli investigatori di muoversi spazialmente e temporalmente tra le fonti visive. Il modo di gestire e vedere le immagini in movimento è insomma quello della navigazione spaziale, piuttosto che l'approccio tradizionale al montaggio.
Chi si occupa di indagini open source viene a volte accusato di essere distante dal soggetto della sua analisi, ma fotocamere e internet permettono di assumere la stessa prospettiva dei testimoni che hanno avuto esperienza diretta degli eventi. Molte persone che documentano atrocità lo fanno a proprio rischio e pericolo. Essi trovano il modo di filmare e caricare i loro video anche quando così facendo mettono a repentaglio la loro stessa vita, e nonostante i regimi autoritari impediscano l’accesso ad internet in alcune aree del mondo.
Tuttavia, il fatto che non tutti i luoghi abbiano le stesse possibilità di accesso alla rete è un limite per le indagini open source, la cui attenzione potrebbe tendere a gravitare verso i luoghi con maggiore copertura mediatica. Inoltre, l’assenza di video potrebbe essere di per sé la prova di un qualche tipo di violazione. La soppressione di internet è spesso legata a crimini perpetrati dallo Stato, come dimostra l’inasprirsi della situazione in Sudan: la polizia e i militari potrebbero aver preso possesso delle fotocamere, aver preso di mira i giornalisti e cancellato i dati online. In queste situazioni le prove dei testimoni e le tracce materiali sono le uniche risorse disponibili.
La verifica aperta deve quindi far collassare la distanza tra l’analisi open source e la prossimità di un’attività impegnata sul campo, e stabilire un contatto diretto con le persone e le comunità esposte alle violenze. Nel corso degli anni Forensic Architecture ha sviluppato dei metodi di analisi che, tra le altre cose, comprendono interviste a testimoni all’interno di modelli virtuali per aiutarli a recuperare i ricordi perduti . Le dimensioni analogiche della verifica aperta includono anche le visite nei luoghi delle violenze e l’analisi dei materiali raccolti. Ma ciò che conta è la necessità di stabilire un contatto, remoto o prossimo, con i testimoni che hanno avuto un’esperienza personale delle violenze. Le prospettive locali possono essere unite a competenze scientifiche – come l’analisi delle dinamiche di un’esplosione, di un incendio o dei fluidi, o nel caso di questioni ambientali, il rilevamento a distanza, la botanica e la geologia.
La verifica aperta si sposta avanti e indietro, tra primi piani e campi lunghissimi, muovendosi trasversalmente e lateralmente tra diversi punti di origine, prospettive e visioni del mondo. Si affida alla creazione di un insieme di pratiche in cui la produzione di un’indagine viene socializzata; una relazione tra persone che subiscono violenze, attivisti che si schierano dalla loro parte, un network diffuso di ricercatori open source, scienziati e altri esperti che indagano su cosa sia accaduto. Anche la presentazione delle prove deve essere una pratica condivisa con avvocati, giornalisti e a volte, nel nostro caso, con istituzioni culturali che aiutano a supportare economicamente, a produrre e diffondere il lavoro. In quanto tale, il processo aperto di indagine stabilisce un contratto sociale che include tutti i partecipanti in un incredibile insieme di produzione e disseminazione. Ogni caso prodotto con la verifica aperta è quindi non solo la prova di quanto è accaduto, ma anche la prova delle relazioni sociali che l’hanno reso possibile.

Fig. 04 – Forensic Architecture, Killing in Umm al Hiran, 2018.
La nostra indagine sull'assassinio di Yakub Musa Abu al-Qi’an nel villaggio di Umm al-Hran nel Naqab/Negev in Israele, era stata eseguita in collaborazione con gli abitanti del villaggio, gli attivisti presenti sul territorio (come i videografi Activestills), il supporto di politici palestinesi presenti per dimostrare la propria solidarietà, organizzazioni mediatiche indipendenti e mainstream, avvocati dei diritti umani e anche un poliziotto in pensione che era felice di condividere dettagli sulle operazioni di polizia. È stata la varietà e la forza di questo network che ha infine spinto gli ufficiali dello Stato a ritrattare la loro narrazione secondo cui Abu al-Qi’an era un terrorista .
La verifica aperta non gode dei privilegi delle pratiche istituzionali della verità. Queste infatti sostengono spesso le proprie rivendicazioni soltanto grazie all'autorità delle loro rispettabili facciate, con cui nascondono un lavoro difficile e confuso come la costruzione di un caso. Noi non possiamo mai dare per scontata la fiducia. Mentre la correttezza tipica delle testimonianze fornite dagli esperti – quando queste vengono presentate fuori dai forum scientifici e al grande pubblico – sta nelle credenziali e nella reputazione degli scienziati, la probità della verifica aperta risiede nella sua stessa costruzione. La sua difficoltà sta nel guadagnare la fiducia e nel mantenere il più possibile aperto e trasparente il processo con cui vengono sostenute le rivendicazioni di verità e si stabiliscono i fatti. La verifica aperta ha bisogno di rendere continuamente visibile ogni singolo passo del lavoro svolto: le circostanze, le persone coinvolte, i materiali usati, come e dove ciascun frammento di materiale probatorio è stato ritrovato e in generale come è stato costruito il caso. Così facendo, il dominio pubblico funziona alla stregua della peer review scientifica: si permette cioè che i dati su cui si fonda un’indagine siano esaminati da altri, che i processi possano essere replicati e testati. Questa è la ragione per cui la maggior parte del contenuto delle nostre indagini video riguarda il “come”. Presentare un caso significa sempre presentare anche la registrazione dell’interazione e dell’interferenza che erano parte del suo processo .
Questa apertura è necessaria perché, a differenza degli esperti di medicina o di DNA, i tasselli elementari che costruiscono questi casi – immagini, video, resti materiali, testimonianze – e il modo in cui poi vengono assemblati, devono essere compresi anche dai non esperti. Seguendo le radici della parola latina forum, “forensic” riguarda la possibilità di rendere pubbliche, e quindi politiche, le prove. Oltre a rivelare i suoi metodi e la quantità di informazioni che intreccia, la verifica aperta deve essere in grado di persuadere attraverso l’efficacia della sua narrazione, la forza della sua collettività e la retorica della sua rappresentazione in immagini, video, testi e suoni. Affinché avvenga un cambiamento, l’indagine deve essere mobilitata come parte di un processo sociopolitico e, per questo, è necessario costruire dei legami sociali.

Fig. 05 – Bellingcat, Al-Lataminah, 2018.
Conoscenza contaminata
I fautori dell’epistemologia oscura non attaccano soltanto l’autorità delle vecchie istituzioni statali, ma anche quelle organizzazioni che, come la nostra, smascherano i poteri che loro stessi cercano di proteggere. Lo fanno prendendo di mira ciò che rende possibile la verifica aperta: la sua dimensione composita e reticolare. Un solo filmato che mostra un perpetratore e le sue vittime dalla stessa inquadratura è sempre più convincente della sincronizzazione e della composizione di decine di video in un modello 3D. Nella verifica aperta la forza di una prova sta nella complessità della sua composizione e nel modo in cui questi diversi elementi si supportano l’un l’altro. Coloro che cerchiamo di incriminare attaccano proprio questa complessità – come se ciascuna parte della prova debba avvalorare il crimine nel suo insieme. Più aumentano i passaggi a supporto di una prova – e la varietà delle fonti e delle persone coinvolte – maggiori sono coloro che vengono accusati di manipolazione, fabbricazione ed estetizzazione. Un avvocato della difesa cerca sempre di trovare le connessioni deboli delle prove contro i suoi clienti, ma in questo caso sembra che venga presa di mira l’idea stessa che una prova richieda elementi diversi e il lavoro sincronizzato di più operatori.
Data la natura collaborativa e composita della verifica aperta, alcune organizzazioni negazioniste hanno adottato altre tattiche per screditarla. Talvolta queste presuppongono l’esame attento del network necessario per produrre i fatti, per identificare ciò che potremmo definire un “fattore contaminante”. Il fattore contaminante può essere o non essere umano: una persona, un’organizzazione, un’affiliazione politica, un video o anche un finanziatore la cui identità potrebbe rappresentare un punto debole. I negazionisti sostengono che, per associazione, l’intera rete e le informazioni che questa produce sono contaminate e prive di significato.
Nel 2016 abbiamo indagato le incursioni aeree dell’aviazione russa su un ospedale supportato dall’organizzazione Medici Senza Frontiere in Siria. Il caso era stato sviluppato combinando testimonianze di civili siriani e medici presenti sulla scena, sincronizzando e localizzando numerose riprese video realizzate dai primi soccorritori dei Caschi Bianchi e trovando riscontri nelle registrazioni di avvistamenti degli aerei da combattimento russi in partenza e in atterraggio prima e dopo l’attacco, così come nelle dichiarazioni fatte dall’aviazione russa . In risposta alla pubblicazione dei nostri risultati, RT, uno dei più importanti canali mediatici russi in lingua inglese, ha attaccato la nostra analisi dichiarando che l'utilizzo di materiale prodotto dai Caschi Bianchi – che a loro dire erano altrove, impegnati a fornire aiuti medici ai terroristi – e dal Syrian Observatory (un’agenzia finanziata dall’Occidente), rendeva le nostre rivendicazioni prive di valore . Ma la verifica aperta considera tutte le fonti disponibili, incluse quelle degli stessi belligeranti, prendendo atto della parzialità e tendenziosità dei materiali registrati e disseminati, e dopo aver autenticato tutte le prove s’impegna a ricomporle per capire se ne emerge una storia. Ovviamente, più sono i punti di vista inclusi meglio è, ma lo stesso vale per l’inclusione di un maggior numero di prove provenienti da fonti differenziate e contrapposte. La nostra attitudine verso le prove è “Rispetta e sospetta”, e le domande che ci guidano sono “È autentico?” e “Si collega?”.
Sempre nel 2016, insieme ad Amnesty International ci siamo occupati di Saydnaya, la nota prigione siriana. Abbiamo effettuato un controllo incrociato delle testimonianze di cinque sopravvissuti collocandoli in un modello architettonico e acustico della prigione. L’indagine, ampiamente divulgata, ha condotto ad una condanna generalizzata del regime. Sotto la pressione prodotta da quest’indagine, il presidente Assad ha rilasciato una dichiarazione falsa secondo cui la nostra inchiesta era stata “finanziata dal Qatar… per diffamare il governo siriano” . Altri si sono scagliati contro i nostri fondi OSF (Open Society Foundation), la spesso diffamata organizzazione fondata da George Soros (nessun finanziatore ha voce in capitolo sulla selezione dei nostri casi e su ciò che scopriamo).
Altri fattori contaminanti potrebbero essere le immagini stesse. Gli accusati spesso sostengono che la qualità delle immagini è troppo bassa, sgranata, sfocata o mossa per dimostrare la violazione di diritti umani. Israele fa sì che i satelliti statunitensi degradino la risoluzione delle immagini del proprio territorio nazionale e di quelli occupati, dove hanno luogo la maggior parte delle violazioni, per poi dichiarare che i rilevamenti satellitari delle distruzioni che hanno luogo a Gaza non sono verificabili .
In altre occasioni anche il fatto che un’indagine possa essere designata come “opera d’arte” funziona da fattore contaminante. Quando abbiamo pubblicato un’inchiesta che chiamava in causa la testimonianza di un agente dei servizi segreti tedeschi (Verfassungsschutz) che negava di aver assistito a un omicidio neonazista nel 2006 – nonostante fosse presente sulla scena del crimine durante il fatto – alcuni membri dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) responsabili dei Verfassungsschutz adottarono questa tattica negazionista. Controllando le biografie dei membri del nostro gruppo di lavoro, additarono chi di noi si era diplomato presso una scuola d’arte. Insieme al fatto che la nostra indagine fosse in mostra all’esibizione Documenta 14, venne dichiarato che eravamo “soltanto artisti” e quindi non qualificati a produrre prove.

Invece di dividerle, o addirittura contrapporle, abbiamo bisogno di nuovi modi per allineare l’estetica e la produzione di conoscenza. In quanto capacità di percepire e svelare, l’estetica ha una chiara dimensione probatoria . È anche una modalità e uno strumento fondamentale per la narrazione, la performance e la mise en scène necessarie per rendere pubbliche le prove. Ed è evidente che, quando si tratta soprattutto di immagini e video che vanno esaminati, chi produce immagini – fotografi e registi – gioca un ruolo essenziale.
Le mostre nelle gallerie e nei centri culturali potrebbero agire da forum complementari, e a volte anche alternativi, ai processi giudiziari. Ciò diventa necessario soprattutto quando il tipo di prove che produciamo non è ammesso in una corte di giustizia o quando i processi giudiziari diventano simili a tane di coniglio, dove i casi vengono insabbiati per anni. La presentazione dell’indagine sulla NSU a Documenta ha aiutato a renderne pubblici i risultati. Dopo che centinaia di migliaia di persone la videro, l’indagine è stata ammessa tra il materiale di una commissione d’inchiesta parlamentare tedesca, che ha poi chiesto ad Andreas Temme – l’agente dei servizi segreti la cui testimonianza abbiamo scoperto essere falsa – di guardare e controbattere alla proiezione di “un’opera d’arte”, nonostante le sue proteste e quelle della delegazione del CDU. Questo caso ci insegna che integrare le pratiche culturali ed estetiche nel processo investigativo potrebbe contribuire a cambiare il ruolo sia dell’arte che della giurisprudenza. A questo proposito è necessario utilizzare le istituzioni culturali come forum giudiziari e, al tempo stesso, agire curatorialmente e performativamente entro quelli legali .
Le collaborazioni con gli spazi dedicati alla cultura e all’arte sono utili anche per altri motivi. I musei e le biennali supportano la produzione di nuovi lavori. Ad esempio, dopo il caso NSU abbiamo avviato un’inchiesta co-prodotta dall’istituto olandese BAK – basis voor actuele kunst, che riguardava il coinvolgimento della polizia nell’uccisione del rapper antifascista Pavlos Fyssas da parte dei membri del gruppo politico Alba Dorata ad Atene . La riapertura del caso sull’uccisione di Yakub al-Qui’an da parte della polizia israeliana e sul suo insabbiamento è stata possibile grazie ai fondi fornitici per una mostra presso la galleria Tate Britain. C’è dell’ironia nel fatto che, mentre l’arte della menzogna si diffonde nelle istituzioni del potere, l’arte della costruzione della verità debba trovare posto nei musei.
Collaborare con spazi artistici e culturali non è solo una scelta paradigmatica. Sia le pratiche forensi che quelle artistiche condividono un profondo interesse per la produzione e l’espressione della conoscenza, per la rappresentazione di idee e di questioni riguardanti l’organizzazione di prove, oggetti, conversazioni, proiezioni o corpi nello spazio .
In un’occasione recente, il nostro lavoro nel campo dell’arte si è sovrapposto con quello nel campo dei diritti umani. Verso la fine del 2018 si venne a sapere che i contenitori di gas lacrimogeno usati sia dall’esercito israeliano contro i manifestanti in Palestina che dalla polizia statunitense contro i manifestanti a Ferguson e i migranti sul confine Tijuana-San Diego, erano fabbricati da un’azienda di proprietà di Warren B. Kanders, il vicepresidente del consiglio di amministrazione del Whitney Museum of American Art. Il museo ci ha invitato a prendere parte alla sua biennale del 2019. Questo invito ha richiesto un approccio differente: Triple-Chaser, il progetto che abbiamo sviluppato con Laura Poitras per il Whitney, consisteva in un’indagine sul traffico d’armi di Kanders, che ha poi portato all’emissione di un avviso legale contro di esso .
Il coordinamento tra pratiche legali, scientifiche ed estetiche ha una lunga storia. È possibile rintracciare una fitta rete di relazioni tra arti visive, architettura e scienza nella prima fase dell’Europa moderna. Nel XVI secolo la conoscenza della natura era prodotta da praticanti che operavano in uno spazio liminale tra arte e scienza . Le accademie d’arte europee del secolo seguente hanno consentito agli artisti di consultarsi con esperti di anatomia, di tecniche di prospettiva lineare e di proiezione anamorfica. Ma gradualmente il connubio tra epistemologia ed estetica dei fatti ha iniziato a frantumarsi creando soggetti separati e specializzazioni, al punto che nel XIX secolo i domini della scienza e dell’arte erano in opposizione. La virtù scientifica dell’oggettività è diventata apparentemente inconciliabile con la soggettività. Ci si aspettava che uno scienziato si trattenesse da tutti i tratti e i caratteri individuali, situati e unici, mentre un artista avrebbe dovuto enfatizzarli. L’oggettività aspirava ad essere, nelle parole di Lorraine Daston e Peter Galison, una “forma di conoscenza che non porta con sé alcuna traccia del soggetto che conosce” . Tenendo fede a questa separazione riduttiva, le “tracce del conoscitore” diventano ciò che i nostri detrattori chiamano contaminazione. Ma per noi il carattere situato è ciò che definisce la nozione stessa di prova.
Oggi questo divario tra scienza e arte deve essere nuovamente colmato. La pratica della verifica aperta è uno degli spazi attraverso cui è possibile riallacciare il lavoro artistico e quello scientifico, e portare avanti una nuova estetica dei fatti. Piuttosto che la view from nowhere dell’oggettività, la verifica aperta cerca di intrecciare prospettive multiple e soggettive, localizzate e situate. Invece di rinchiudersi nelle scatole nere delle istituzioni e delle autorità, essa si basa su processi aperti e nuovi allineamenti tra luoghi e istituzioni di diverso tipo e posizione: il laboratorio scientifico, lo studio dell’artista, le università, le organizzazioni degli attivisti, le associazioni delle vittime, i forum legali nazionali o internazionali, i media e le istituzioni culturali.
Sebbene sembri esserci una connessione apparente e superficiale tra la “post-verità” e la pratica counter-forensics – entrambi gli approcci mettono in discussione le dichiarazioni fatte dalle agenzie governative come la polizia, i servizi di intelligence e i tribunali – vi è soprattutto una differenza sostanziale . Noi reagiamo all’odierno scetticismo verso le competenze non con la rassegnazione o con un relativismo accomodante, ma con forme di produzione della verità più vitali e rischiose, che si basano sull’istituzione di un insieme espanso di pratiche che incorporano sensibilità estetiche e scientifiche, e che includono istituzioni sia nuove che tradizionali.
I funzionari al soldo dello Stato e gli epistemologi oscuri vogliono distruggere la possibilità di un terreno comune. In questo senso, senza uno Stato che ci protegge e ci guida, stabilire un terreno comune diventa un progetto politico. Ciascuna nuova indagine crea una comunità di pratiche a partire dall’intreccio di punti di vista divergenti e, così facendo, la verifica aperta diventa una forma di costruzione. Nel dare una dimensione sociale alla produzione e alla disseminazione di prove, essa stabilisce un improbabile ma fondamentale bene comune in cui la costruzione dei fatti costituisce le fondamenta di una comunità epistemica espansa, fondata sulla percezione e una comprensione condivisa del mondo.
La lotta per un terreno comune è una condizione metapolitica essenziale, necessaria per qualunque iniziativa e battaglia politica. Questo bene comune sembra avere delle analogie con le risorse naturali come l’aria o l’acqua, e in quanto tale dobbiamo proteggerlo quando è inquinato dalle tossine dell’epistemologia oscura. Ma a differenza di acqua e aria, in questo caso non parliamo di una realtà naturale o preesistente: esso è una realtà sociale che ha bisogno di essere continuamente ricostruita, rafforzata e difesa. Non deve essere recintata, i suoi confini vanno lasciati aperti a informazioni e a prospettive, prove e interpretazioni sempre nuove. In quanto tale, attraverso le divergenze non potrà che crescere e trasformarsi .
Testo originariamente pubblicato su e-flux Architecture “Becoming Digital” (giugno 2019), con il titolo “Open verification”.